I primi 100 giorni di Spalletti da allenatore della Juventus

L’ultima domenica di campionato ha lasciato l’amaro in bocca in casa Juventus e ha un po’ guastato una prima importante ricorrenza che riguarda Luciano Spalletti. Ovvero sia, i suoi primi 100 giorni da allenatore della Vecchia Signora. Il pareggio contro la Lazio ha segnato un’altra indigesta frenata al tentativo di consolidare il quarto posto e di mantenere comunque anche la scia delle squadre al di sopra. I bianconeri si preparano a vivere una seconda parte del mese di febbraio a dir poco infuocata, che tanto dirà sul prosieguo della stagione. Prima di occuparci di questo, però, andiamo a rivivere i passaggi fondamentali di questa esperienza del tecnico toscano, andando a fare anche un primo bilancio della sua avventura a Torino.

La rottura con il recente passato: Spalletti prima gestore e poi costruttore

Arrivato ad inizio novembre per sostituire Tudor dopo il ko proprio contro la Lazio nella gara del girone d’andata, con una Juventus senza identità e relegata al settimo posto, Spalletti ha approcciato il suo lavoro in maniera piuttosto pacata. In controtendenza con i suoi predecessori, il tecnico toscano ha assunto un approccio che, per restare in tema di allenatori bianconeri, potremmo definire allegriano. Mentre Thiago Motta aveva avuto un’intera estate, con annessa finestra di mercato, per costruire il suo inamovibile 4-2-3-1, cancellando anni di 3-5-2 dell’Allegri-bis, e il croato già dalla prima partita aveva impresso il suo marchio di fabbrica con il ritorno alla difesa a 3 e un attacco con una punta e due trequartisti a supporto, l’ex ct della Nazionale ha preferito apportare le sue idee più gradualmente.

La “cura” Spalletti

L’obiettivo primario, infatti, è stato quello di guarire la squadra dalla sua più evidente patologia. L’assenza totale di certezze, tattiche e non solo. Una tendenza negativa che aveva mosso i suoi primi sintomi con l’italo-brasiliano, investendo l’aspetto della leadership con la continua rotazione della fascia di capitano, e che era poi proseguita all’inizio di questa stagione con Tudor, esplicandosi nella mancanza di un 11 titolare definito, eccezion fatta per il solo Yildiz. Spalletti ha mantenuto l’ultimo assetto adottato prima del suo arrivo per non sottrarre anche quel briciolo di identità rimasto, rendendo tuttavia chiaro fin dal principio quali fossero gli uomini su cui puntare, dopo averli valutati in allenamento e nelle prime uscite.

Solo diverse settimane dopo questo attento e preciso lavoro si è arrivati a vedere una Juventus funzionale e bella, come non la si era quasi mai vista negli ultimi 2 anni. E nel momento in cui la squadra ha dimostrato di aver assorbito l’imprinting del nuovo allenatore, Spalletti ha potuto riadattarla su un 4-2-3-1 a lui più congeniale, seppur mai slegato del tutto dal 3-4-2-1 pre-impostato. Il segreto è stato riuscire a sfruttare le caratteristiche di alcuni giocatori (Kalulu e McKennie tra tutti) per poter sfumare la concezione numerica e gretta dei moduli in una più moderna visione del calcio liquido.

La Juventus di Spalletti in numeri

Dal suo arrivo alla Juventus, Spalletti ha collezionato 22 panchine con un bilancio di 13 vittorie, 6 pareggi e 3 sconfitte. Per quanto riguarda la media punti in campionato, considerando lo stesso numero di gare giocate (15), il toscano vanta un valore di 2.07 contro il 2.0 di Tudor e l’1.8 di Thiago Motta. Al netto del lieve miglioramento in termini prettamente statistici, la differenza notata in campo, invece, è piuttosto abissale. Con il nuovo allenatore, la squadra ha, come poc’anzi sottolineato, trovato una propria definizione, sia dal punto di vista tattico che di gerarchie nei vari reparti. Ciò ha permesso la costruzione di una identità precisa riconoscibile in ogni partita. Eccezion fatta per il primo tempo della partita di campionato in casa del Napoli, i bianconeri hanno sempre tenuto un livello alto di prestazione, a prescindere dal risultato finale.

La capacità di mantenere sé stessa non ha potuto certo coprire o mascherare alcune defezioni strutturali della rosa che inevitabilmente emergono nei periodi più pregni di sfide ravvicinate e che portano all’inevitabile conseguenza di un accumulo di frenate e inciampi che talvolta vanno a ledere il lavoro fatto. Anche con Spalletti, la Juventus non riesce ad andare oltre la striscia di 3 vittorie consecutive nella medesima competizione e, come avvenuto con Motta, a febbraio si ritrova già fuori dalla Coppa Italia e ai preliminari di Champions League. A cambiare, però, è la sensazione di sicurezza che i giocatori (anche se non ancora tutti) hanno e danno. Rispetto al recente passato, la Vecchia Signora ha avuto un netto miglioramento negli scontri diretti, riuscendo a vincere e convincere come un tempo. Un segnale non da poco, visto l’imminente derby d’Italia.

Lo strappo ricucito con l’Europa

Inoltre, la nuova carica emotiva infusa dal tecnico toscano ha permesso di recuperare pure una certa credibilità in campo internazionale. Sempre, ovviamente, grazie a risultati positivi corredati da un buon rendimento. Tre vittorie e due pareggi, con 8 gol fatti e 3 subiti (e 3 clean sheet consecutivi) per abbandonare il momento critico costruito con Tudor e blindare i play-off, entrandoci da testa di serie.

Cosa manca: la Juventus di Spalletti somiglia ancora ad una torre di Jenga

Nel bilancio dei primi 100 giorni di Spalletti da allenatore della Juventus, non possono però mancare anche alcune criticità. Il punto debole di questa rosa rimane la sua incompleta strutturazione. Lo stesso allenatore ha più volte denunciato questo limite, sia verbalmente che attraverso alcune scelte in campo. In questo senso, la Vecchia Signora somiglia molto alla torre di Jenga, il gioco in cui a furia di togliere pezzi si fa crollare la struttura. A questa squadra, a cui l’ex ct della Nazionale ha dato un’amalgama e un’identità, basta muovere anche solo pochi tasselli per vederla involversi.

È quanto emerso, ad esempio, nella sconfitta di Coppa Italia contro l’Atalanta. Nella ripresa, ancora sotto di un gol, il tecnico provò a giocare con McKennie falso centravanti, sostituendo David. L’impatto di questa scelta fu devastante. Un blackout totale che tolse certezze e favorì il raddoppio nerazzurro in un contesto di confusione tattica e mentale. Non da ultimo, anche nella partita con la Lazio, in cui l’assenza di Kelly nella prima parte di gara con il relativo impiego di Koopmeiners da difensore centrale, ha alterato l’assetto della retroguardia, esponendola a qualche ripartenza di troppo.

Questi sono solo alcuni degli indizi della più grande difficoltà che la Juventus e Spalletti dovranno fronteggiare da qui a fine stagione. Ciò non toglie, però, che l’alchimia creatasi tra l’allenatore e il club, a prescindere dai risultati, sia la miglior cosa capitata al mondo bianconero negli ultimi anni. Un motivo in più per far sì che il loro legame prosegua ancora per un po’, ritrovando insieme la retta via verso nuovi successi. E, dunque, è il caso di augurare al sessantaseienne di Certaldo ancora 100 di questi giorni alla corte della Vecchia Signora.

Fonte: Europacalcio.it

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