Miccoli: “Juve, il mio no a Moggi mi costò caro. Oggi alleno donne e…”
Miccoli si racconta: “Alla Juve forse ho pagato per non aver scelto il figlio di Moggi. Maradona come Gesù. E oggi alleno una squadra femminile”
Fabrizio Miccoli si racconta a La Gazzetta dello Sport e al Corriere della Sera. L’ex attaccante di Juventus, Palermo, Benfica e Lecce, oggi 46enne, ripercorre la sua carriera tra luci e ombre, tra il rimpianto per ciò che poteva essere e la rinascita lontano dai campi di calcio. Fino alla drammatica esperienza in carcere e alla nuova vita da allenatore di una squadra femminile.
Un’intervista a cuore aperto, senza filtri.
Maradona e Che Guevara: “L’orecchino all’asta per 25mila euro”
Miccoli inizia parlando del suo idolo:
“La prima volta che vidi Diego Armando Maradona fu come se avessi visto Gesù Cristo. Mi colpì perché era altruista, giocava più per gli assist che per i gol. Volevo essere come lui. Ero in macchina, quando ho saputo della sua morte. Accostai, restai fermo e muto per dieci minuti.”
Poi svela un retroscena:
“In una cassetta di sicurezza conservo l’orecchino che la Finanza gli sequestrò all’aeroporto di Roma. Lo comprai all’asta per 25mila euro. Non l’ho mai portato, avrei voluto restituirglielo. Il tatuaggio di Che Guevara l’ho fatto perché ce l’aveva anche lui. A me la politica è sempre interessata poco, però sapevo chi era Che Guevara perché mio zio Tonino, un uomo di sinistra, ne parlava sempre.”
Il mancato approdo al Milan e la carriera in C
Miccoli ricorda i suoi esordi:
“Mi ritrovai in collegio a Lodi, assieme a tanti ragazzi che avrebbero fatto strada: Coco, Maresca, Daino, Corrent. Soffrivo e non resistetti, alla fine della seconda stagione ritornai a casa. Pensai che mi avrebbe preso il Lecce, ma loro mi gelarono: ‘Non è che qua sarai titolare perché sei stato al Milan‘. Firmai per il Casarano. Debuttai in Serie C, segnavo. Passai alla Ternana. Poi la Juve, che mi prestò al Perugia.”
Il nodo Moggi e la Juventus: “Forse ho pagato per non aver scelto suo figlio”
Il passaggio più delicato riguarda il suo rapporto con Luciano Moggi:
“Mi fece pagare il fatto di aver rifiutato la procura a suo figlio Alessandro? A Torino, molti mi consigliarono di firmare per la Gea di Alessandro Moggi. Me lo suggerì anche Antonio Conte, leccese come me. Il procuratore però ce l’avevo, era Caliandro e non volevo tradirlo. Non lo so, se ciò che successe dopo avvenne per ripicca.”
E racconta l’episodio del pullman:
“Moggi padre mi punzecchiava sui tatuaggi, sull’orecchino, sui capelli, e quando ritornai dal prestito alla Fiorentina, ci fu l’episodio del pullman. Loro avevano vinto lo Scudetto (poi revocato per Calciopoli, ndr) e un giorno ci portarono in Comune per una premiazione. Io venni lasciato solo a bordo, ad aspettare, una situazione umiliante. Mi cedettero al Benfica.”
Oggi, però, Miccoli non serba rancore:
“Non sono pentito, però mi chiedo come sarebbe andata la mia carriera se avessi accettato di cambiare agente. Che poi sono sempre stato fedele a Caliandro e oggi con Caliandro non ci parliamo più. Quando ero carcere, mi dicevano che Moggi, il padre, telefonasse per sapere come stavo e questo mi ha fatto riflettere. Al di là di tutto, oggi penso che Moggi sia una persona vera.”
L’esperienza in carcere: “Stavo in porta, la partitella era un momento spensierato”
Miccoli racconta i giorni bui:
“Quando mi sono costituito, al penitenziario di Rovigo. Scesi dalla macchina e quell’ultimo tratto a piedi, verso il cancello, con il borsone sulle spalle, è stato terribile. Mi accolsero bene, non mi misero mai in mezzo alle loro cose. Quando c’erano delle questioni, mi allontanavano. Dicevano: ‘Tu che ci fai qua?’.”
E sulle partitelle in carcere:
“Mi fecero una battuta: ‘Fabrizio, qua ci ammazziamo per due cose, le carte e il pallone’. Capii. Così mi mettevo tra i pali e le poche volte che giocavo da attaccante non facevo mai il fenomeno, mi muovevo con il freno a mano tirato. La partitella era un momento spensierato e tale doveva rimanere.”
La rinascita: “Alleno una squadra femminile, è la mia gioia più grande”
Oggi Miccoli ha trovato una nuova strada:
“Alleno una squadra di calcio femminile, è proprio mia la squadra e ne sono orgoglioso come mai prima. Le ragazze mi danno energia, mi rendono fiero. Quest’anno abbiamo vinto la Coppa di Puglia e il campionato e adesso ci sono i playoff per andare in Serie C.”
E sul calcio giocato dalle donne:
“Le donne ti danno una soddisfazione in più. Certo, è un calcio diverso, non bisogna fare il paragone con quello maschile. Minore intensità e ritmo, c’è meno forza ma è molto più entusiasmante. Se andiamo in C neanche voglio immaginare la gioia per il mio piccolo paese, San Donato. Un orgoglio per tutti.”
Fabrizio Miccoli è rinato. In panchina, con una squadra di donne. E con la voglia di riscattare un passato che non lo ha mai completamente soddisfatto. Ma che oggi, forse, ha trovato un senso.
Fonte: Europacalcio.it