Serie A in zona retrocessione: perché il calcio italiano è rimasto indietro rispetto all’Europa?
La scorsa stagione di Serie A si è chiusa con lo scudetto del Napoli e verdetti decisi solo all’ultima giornata. In questa annata, a 5 giornate dal termine, i giochi sullo scudetto sembrano essere quasi decisi, così come quelli per le coppe, mentre per la retrocessione è sfida tra Lecce e Cremonese. Eppure, al di là dell’adrenalina tipica degli ultimi turni, i numeri sulla Serie A ci dicono una storia diversa: quella di un campionato che fatica sempre di più a tenere il passo con le grandi leghe europee.
Il divario tra la Serie A e la Premier League, la Bundesliga o la Liga non è mai stato così profondo, e le statistiche sul calciomercato, sui diritti televisivi e sui bilanci dei club confermano un trend preoccupante che merita di essere analizzato con attenzione. Proviamoci insieme.
Il calciomercato racconta un gap incolmabile con la Premier League
Prima di tutto, possiamo ben definire il calciomercato come uno degli specchi più fedeli della salute economica di un campionato. E i numeri dello scorso calciomercato estivo lasciano poco spazio all’immaginazione.
Secondo i dati, infatti, la Serie A ha speso in totale 1,19 miliardi di euro nel mercato estivo, chiudendo con un saldo negativo di circa 90 milioni di euro, comunque migliore rispetto al disavanzo di circa 360 milioni registrato nel 2024. Ma la vera distanza emerge dal confronto con il campionato inglese: la Premier League ha speso 3,56 miliardi di euro in un’unica sessione, stabilendo un record assoluto che ha superato il precedente di 2,75 miliardi.
In altri termini, le squadre inglesi hanno speso più delle altre quattro top leghe europee messe insieme. La Bundesliga si è fermata a 850 milioni, la Liga spagnola a 682 milioni, la Ligue 1 francese a 636 milioni. La Serie A, pur essendo la seconda lega per investimenti sul calciomercato, ha impiegato un terzo di quanto speso dalla sola Premier.
A rendere ancora più plastico il divario e la natura dei trasferimenti. I top 3 movimenti in uscita dall’Italia nella sessione estiva 2025 hanno riguardato Osimhen ceduto al Galatasaray per 75 milioni, Retegui all’Al-Qadsiah per 68,25 milioni e Reijnders al Manchester City per 55 milioni. Cifre che in Inghilterra vengono superate con relativa facilità perfino da club di seconda fascia.
Il motore del divario sono i diritti televisivi
Alla radice di tutto c’è una differenza strutturale di ricavi. La Premier League incassa circa 3,5 miliardi di euro a stagione solo dai diritti televisivi, più del triplo rispetto ai circa 900 milioni della Serie A. I diritti TV internazionali da soli garantiscono a ogni singolo club inglese circa 68 milioni di euro, una cifra che supera l’incasso totale della maggior parte delle società italiane.
Piccola curiosità: l’ultima classificata in Premier League guadagna più dalla televisione rispetto a club di vertice come Inter, Milan e Juventus.
Guardando ai ricavi complessivi, i top 5 campionati europei generano insieme 25,1 miliardi di euro, un terzo dei quali appartiene alla sola Premier League. La Serie A si ferma a 3,9 miliardi di costi complessivi, dietro alla Bundesliga (4,7 miliardi) e alla Liga (4,4 miliardi). E il dato più preoccupante riguarda i saldi: il campionato italiano registra la perdita aggregata piu alta tra le top 5 leghe europee, pari a circa 370 milioni di euro, anche se in lieve miglioramento rispetto ai 441 milioni del 2022/23.
Un sistema che va ripensato
I dati del calciomercato, degli ascolti e dei bilanci convergono tutti nella stessa direzione. La Serie A non è tanto un campionato in crisi di identità, quanto di risorse. Con 900 milioni di diritti TV contro i 3,5 miliardi della Premier, il gap strutturale non si può certo colmare solo con l’ingegno tattico o con la tradizione calcistica. Secondo l’analisi di Banca Ifis, per esempio, tra il 2018 e il 2024 la spesa cumulata della Serie A sul calciomercato internazionale ha raggiunto 5,04 miliardi di euro, con un saldo passivo vicino al miliardo: i club italiani comprano, ma vendono i migliori giocatori al miglior offerente, che è spesso inglese.
Le soluzioni sul tavolo sono note: stadi di proprietà, riforma della governance, nuovi modelli di distribuzione dei diritti TV, aggregazione del prodotto Serie A a livello internazionale. Ma i tempi della politica calcistica italiana sono lenti, mentre il mercato corre veloce. Senza un cambio di passo strutturale, il rischio concreto è che la Serie A si consolidi come un campionato di secondo livello europeo: appetibile per il mercato interno, sempre meno rilevante per quello globale.
Fonte: Europacalcio.it